NON CHIAMATELI KAMIKAZE.

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Dall’11 settembre 2001, giorno degli attentati terroristici al World Trade Center di New York, fino a due giorni fa, ossia l’assalto e le esplosioni all’aeroporto Ataturk di Istanbul, si parla di questi assassini, della loro origine, della loro religione e della loro matrice suicida classificandoli con un solo nome: kamikaze. In realtà questi terroristi non hanno nulla in comune con quella tipologia di soldato giapponese nato nella seconda guerra mondiale.

Il 21 ottobre 1944 “nasce” il kamikaze, precisamente nella battaglia di Leyte, nelle Filippine. L’origine del nome deriva da un tifone che, secondo la leggenda, nel 13esimo secolo avrebbe spazzato via le flotte di Kublai Khan (nipote del famoso Gengis) salvando le coste del Giappone.
Dalla seconda gerra mondiale il nome kamikaze, tradotto in vento divino, fu accostato ai soldati che sacrificavano la loro vita per l’Impero e l’Imperatore, facendo schiantare il proprio aereo contro le flotte nemiche. In questo senso il vento divino fu usato proprio come metafora di quel tifone: come quella tempesta di vento spazzò il nemico, così i soldati giapponesi fecero lo stesso con gli Alleati

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Sappiamo benissimo tutti come andò a finire. Ma tralasciando la Storia della battaglia, il kamikaze giapponese aveva un codice d’onore. Innanzitutto era un soldato giovanissimo ed inesperto, sulla ventina, studente: venivano reclutati facilmente dall’esercito. I piloti più esperti venivano impiegati nelle operazioni di difesa, mentre questi ragazzi accettavano l’incarico per onore della famiglia, per patriottismo e per superare i propri limiti.

Il loro codice d’onore era specifico, come descritto in una lettera di un soldato: “Pensare agli inganni di cui i cittadini innocenti sono stati vittime da parte di alcuni nostri scaltri politicanti mi lascia un sapore amaro in bocca. Ma accetto di ricevere ordini dall’alto comando e perfino dagli uomini politici, perché credo nello Stato giapponese. Il modo di vita dei giapponesi è veramente bello e io ne sono fiero, come sono fiero della storia e della mitologia giapponese che riflettono la purezza dei nostri antenati e la loro fede nel passato. […] E’ un onore poter offrire la mia vita in difesa di valori così belli e alti“.

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Avete compreso perché gli attacchi terroristici moderni di matrice “irrazionalislamica” non hanno niente a che vedere con il kamikaze? Il kamikaze era un soldato di valore che sacrificava la propria vita in battaglia, per un ideale patriottico e, cosa fondamentale, attaccando solo ed esclusivamente il nemico. Mai un civile, mai donne e bambini, mai persone estranee ai soldati avversari.

L’ignoranza e il semplicismo culturale hanno accostato questo nome ai terroristi di oggi che da quasi 20 anni mietono vittime in luoghi pubblici, sacri e assolutamente pacifici. Un kamikaze non avrebbe mai fatto una cosa del genere, in quanto spregevole e contro il proprio codice d’onore giapponese. 

Per questo reputo una mancanza di rispetto profonda l’accostamento e il collegamento  del  “kamikaze giapponese” ai terroristi moderni. Gli attentatori suicidi di oggi possono essere chiamati con un solo nome: barbari. Ed è profondamente sbagliato dire che questi terroristi siano musulmani e seguano le scritture del Corano. Il testo sacro dell’Islam vieta categoricamente il suicidio e l’omicidio. Quindi lasciamo stare la parola “kamikaze”.

Cadremo come radiosi fiori di ciliegio. […] Vorrei rinascere sette volte, sempre per annientare il nemico”. – Matsuo Isao.

 

 

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